Intervista al dottor Giuseppe Di Menza

Intervista al dottor Giuseppe Di Menza
L’intervista a cura di Gianpiero Armano
Siamo purtroppo abituati a ricevere messaggi dai mezzi di informazione che manifestano il più delle volte il malessere anziché il “benessere” che, nonostante tutto, è presente ed operante nel mondo. Guerre, violenza di ogni tipo, corruzione, menefreghismo, insulti e giudizi sommari e, qualche volta, vere e proprie menzogne, ci vengono propinati da giornali, radio e TV: sembra che il mondo sia tutto così, con la conseguenza che non riusciamo a cogliere i fermenti di vita e di speranza: le testimonianze di persone che credono e si impegnano per realizzare determinati valori passano così in second’ordine e sfuggono alla nostra attenzione.
Ma nel mondo non tutto è così meschino e deprimente, anche nel nostro micro territorio alessandrino. C’è qualcuno che crede nel valore dell’umanità, nell’impegno per gli altri, nel vivere dimensioni di fraternità e di speranza che, per tutti, sono una boccata di aria fresca utile per andare avanti senza che il pessimismo o la cattiva informazione paralizzino il cuore delle persone.
L’intervista a Giuseppe Di Menza, medico per tanti a Fubine, è un segno di questa umanità diversa… un piccolo-grande uomo che, pur colpito da un dolore atroce il 6 settembre 2003 – la morte del figlio Paolo per un incidente stradale -, si è ribellato al dolore e, pur continuando a soffrire, ha ritrovato la libertà  interiore per avviare un’esperienza nel paese africano del Benin  che lascia positivamente meravigliati (e anche con un po’ di senso di colpa se non altro per la nostra incapacità a percorrere certe strade di fraternità e di condivisione).
L’iniziativa promossa da Giuseppe Di Menza ha un nome – L’Abbraccio – che sa di calore dato e ricevuto, di capacità di guardarsi negli occhi per trovare motivi di speranza per un futuro che ai più sembra tanto incerto.

Gli ho posto alcune domande che, spero, diano un contributo forte a riflettere, a dare senso a queste ultime spasmodiche giornate in attesa delle festività natalizie, giornate segnate, forse, dalla ricerca della banalità e del conformismo, più che rivelatrici di valori condivisi e ben radicati nelle nostre coscienze.
Nel settembre 2003, che cosa ti è venuto in mente per dare inizio all’organizzazione umanitaria etichettandola con il nome “L’Abbraccio”?
Non pensavo che al nulla: è proprio il 6 settembre 2003 che è morto Paolo.
Ero ed eravamo, in una situazione di devastazione, in un mondo irreale, in un buco profondo e buio, in un deserto sconfinato senza punti di riferimento o anche solo un piccolo cumulo di sabbia su cui appoggiarsi e vedere un po’ più in là di dove eravamo non-posizionati.
E l’autodistruzione, come alternativa, è comparsa per qualche attimo nella mia mente e nel mio cuore!
Deserto che ho percorso per alcuni mesi e dove si è compiuto il mio esodo. Dove ho anche combattuto con Dio, di biblica memoria. Mi spiego: ad un certo punto delle mie riflessioni e nel marasma dei miei sentimenti,  sempre con Lui in qualche modo presente ma un po’ confinato in un qualche luogo dal sottoscritto, forse per rabbia o forse per non dargliela vinta, ho davvero avuto la netta sensazione che mi avesse preso per le … per farmi finalmente cedere alla sua presenza.
Strano,  vero? Ma questa è la consapevolezza che tuttora ho.
Nel deserto è più facile ascoltare ed ascoltarsi: serve per conoscersi;  sempre che se ne abbia la voglia e  l’energia.  Ma a queste due ultime  sicuramente ci ha pensato Qualcuno a farmele avere.
Sentimenti e pensieri  si affollavano si mescolavano sparivano e poi riapparivano finchè se ne sono enucleati alcuni, via via più presenti e incisivi nel mio mondo interiore fino ad apparirmi come quelli da coltivare e da cui finalmente fare scaturire delle scelte e decisioni conseguenti per poter dare una svolta alla mia vita.
Sentimento di vuoto assoluto somaticamente percepiti come un buco visibile palpabile al centro del mio corpo, subito sotto lo sterno.
Ricordi sui momenti più belli vissuti con il mio Paolo, momenti di intimità, di contatto fisico, di abbracci e di gioco, di discussioni e rimproveri  ma condito il tutto con la gioia di essere insieme: e questo non c’era più e non era più, almeno in quel momento, riproducibile.
Pensieri, infine, che se alla mia vita  futura e in base alla mia esperienza, avrei voluto dare un senso dove trovare gioia e felicità, sicuramente questo l’avrei trovato nel permettermi di dare amore, a cominciare dai miei più cari, e dal lasciare che gli altri mi amassero così come sono. Questo ho sperimentato con Paolo mentre era in vita visibile, tutto il resto conta veramente pochissimo….
Cosa faccio?
Voglio continuare a stare con Paolo anche se in modo altro, voglio sentirmelo vicino e vivente, non posso fare a meno di lui, è un pezzo del mio cuore e del mio corpo. Ne va della mia realizzazione di uomo, l’uomo che decide di amare per essere tale, di padre che non rinuncia all’amore per un disgraziato incidente. Coltivare la speranza di rivederlo un giorno ma nel frattempo quell’amore che voglio rivivere e gustare in pienezza posso già cominciare a pregustarlo e a realizzarlo da subito..quando sarò di là sarà semplicemente una continuazione di quello che faccio già ora, naturalmente elevato ad una potenza neppure immaginabile per intensità e gioia conseguente.
Tra l’altro l’unico che poteva assicurarmi che tutto questo sarebbe avvenuto era ed è Gesù.
Una fede candidamente interessata, almeno all’inizio: ti credo solo perché mi assicuri di farmi rivedere un giorno mio figlio. Di questo con Lui ne abbiamo già parlato abbondantemente e più volte.
Ecco cosa ho pensato nel settembre del 2004 per fondare l’Associazione insieme ad altre 8 persone.
L’intimità, la relazione affettiva e amorosa,  è il bene primario per ogni essere umano che vuol chiamarsi tale. Il nostro impegno e la nostra missione deve essere questa se vogliamo dare un piccolo contributo alla crescita nostra e dei nostri compagni di cammino. Aiutarci tutti a essere uomini!
L’abbraccio è l’espressione dell’intimità che può estrinsecrasi in due direzioni: verso i vicini e verso i lontani.
Intimità che si concretizza in maniere differenti a seconda dei bisogni delle persone: qui vicino a noi riscoprire l’affettività, la vicinanza, la relazione autentica, umana è una priorità. Stiamo andando verso una disumanizzazione ed una barbarie, non generalizziamo però, che portano solo all’isolamento e all’asfissia delle persone e dei popoli.
L’intimità ai lontani, in Africa nel Benin, (in Africa c’ero stato quando avevo 22 anni con conseguente ‘mal’) la si concretizza primariamente e contemoraneamente, dando la possibilità di rispondere ai bisogni primari della vita: la nutrizione, l’istruzione, la salute, la dignità. Senza trascurare di creare e coltivare nello stesso tempo, i legami di una buona relazione umana che ci permotto di scambiare alla pari nel pieno rispetto reciproco le ricchezze che ognuno di noi porta profondamente, a volte nascoste, nel proprio cuore.
Hai dato vita ad un’associazione di volontariato un po’ particolare (laica, apartitica, aconfessionale), ma in essa si avverte un forte richiamo cristiano…
Il forte richiamo cristiano, come lo definisci tu, in una associazione a cui aderiscono persone appartenenti a qualsiasi credo religioso e convinzione partitica o appartenenza a ceti sociali i più svariati, penso sia da meglio definire. In realtà è un forte richiamo all’umanizzazione, alla crescita insieme in umanità di tutti.
Non proponiamo se non questo: scoprire il nostro vero essere uomo, vivificarlo, togliere le scorie accumulate negli anni con la complicità di messaggi falsi e distruttivi e far emergere la vera entità e riprendere ad esserle fedeli.
I nostri obiettivi sono tutti volti alla crescita di ciascuno di noi e di coloro a cui ci rivolgiamo sul versante dell’umanità a cominciare dallo scoprire i veri bisogni, anche primari, e cercare tutti quanti insieme di dare una risposta.
Sarò presuntuoso e stucchevole, forse, ma il Capo non è stato e continua da essere un uomo, veramente uomo, ‘talmente uomo da essere Dio’? (non sono parole mie!!!)
Gli obiettivi dell’associazione hanno un riferimento con un paese africano come il Benin, ma sono rivolti a situazioni di disagio anche in Italia…
Quanto al nostro sguardo e impegno anche in Italia, ho già in qualche modo espresso anche prima.
L’abbraccio  non può in alcun modo essere selettivo: a chi l’ha bisogno è necessario darlo.. e prenderlo (non dimentichiamo questo altro versante del gesto).
Siamo persone inserite in una compagnia di uomini, di cui condividiamo la vita e le avventure. Se poi pensiamo ai nostri ‘altri’ più vicini come possiamo trascurarli o scotomizzarli.  La loro sofferenza, in quanto tale, si affaccia per lo più sommessamente alle nostre orecchie.
Purtroppo qui da noi interviene l’assuefazione alla sofferenza. Non ci facciamo più caso e addirittura siamo capaci di continuare a cenare mentre in TV scorrono immagini di devastazione, sofferenza e morte.
E qui l’Africa ci dà un grandissimo aiuto che ci serve sicuramente a concretizzare ancora meglio l’abbraccio con i vicini.
L’Africa non ci parla sommessamente, non ci chiede aiuto con piccoli gesti, l’Africa urla alle nostre orecchie e soprattutto al nostro cuore. Chi va in Benin non può far finta di niente, non può trascurare i sentimenti e il senso di impotenza che invadono: urla alle nostre orecchie riaprendo con violenza e forza i nostri canali e i nostri sensi all’ascolto delle sofferenze. Tornando tra noi in Italia le orecchie ed il cuore se vogliamo sono diventati più sensibili pronti a scorgere gli infiniti richiami di aiuto che ci arrivano giornalmente al nostro indirizzo….sommessamente appunto.
Quali difficoltà e di che genere hai incontrato in questi anni di sviluppo dell’associazione e come li hai affrontati e risolti?
Mi sembra di non avere avuto difficoltà particolari durante questo cammino. Penso sia così quando comunque le cose si riescono a risolvere e anche la fatica, le delusioni, le amarezze, le solitudini ecc.. tutto passa nel dimenticatoio.
Ma in realtà, se mi fermo a pensarci, di difficoltà ce ne sono state.
Soprattutto in Benin ma anche quassù in Italia. E quassù legate alla gestione delle risorse umane, come si suol dire.
Un gruppetto di persone etrogenee per tanti versanti che si mette insieme per realizzare un progetto, inizialmente modesto – si trattava di ristrutturare un edificio per adibirlo a scola -, poi diventato quello che tuttora stiamo sviluppando, alla lunga mostra  i suoi timori, le sue perplessità, forse le sue  delusioni per aspettative  che nel frattempo si erano create. Ed ecco allora gli abbandoni, i conflitti (sempre risolti), e di conseguenza  la necessità di fare da cocchiere della diligenza per potere progredire lungo il percorso che a dire la verità nel tempo non eravamo più noi a definire ma… qualcun altro.
Una consapevolezza che poteva un po’ destabilizzarci, era l’enorme carico che ci mettevamo sulle spalle nel fare da garanti ai fondi che ci venivani affidati dai benefattori e anche ai sentimenti e alla fiducia: era logico pensare anche ad eventuali fallimenti o inconclusioni, alle cattedrali nel deserto. Questa in realtà per quanto mi riguarda, non è mai stata se non saltuariamente e raramente una mia preoccupazione. Presunzione? Forse, ma penso ci sia qualcos’altro sotto! E questo riguarda le modalità con cui ho risolto queste difficoltà, oltre alla cocciutaggine e alla determinazione legate al ‘crederci’ in quello che facevo.
Un compito particolrmente gravoso:  la necessità di mediare tra le due culture che, allora, si scontravano. Avevamo una conoscenza limitatissima  del mondo africano e il contatto e la condivisione erano davvero faticosissime e non prive di sofferenza. E questo per quanto rigurada le difficoltà in Benin.
La crisi più grande nel 2015 con la morte improvvisa del nostro pediatra dr. Thierry. Sono saltati un sacco di equilibri che si erano stabilizzati con la sua azione ela sua presenza. Ricucire il tutto è stato vermante faticoso e non privo di preoccupazioni gravi e di sofferenza. Ora è tutto risolto grazie alla collaborazione e alla buona volontà di tutti gli attori e i protagonisti di questa magnifica avventura.
E poi c’è un’altra cosetta che mi va di sottolineare: ho dovuto ‘difendere’ l’originalità della nostra associazione e della sua conseguente azione, o meglio, ho dovuto difendere i suoi caratteri di laicità. Sembrava in paese che solo il parroco o la chiesa potessero fare delle cose belle e buone come quelle che facciamo noi!
Qualche mese fa’ “L’Abbraccio” si è messo in moto per dare l’avvio ad una esperienza di aiuto e sostegno a donne immigrate nella nostra zona; l’iniziativa però si è fermata. Puoi dirci, con chiarezza, il motivo per cui questo tentativo si è fermato e non è più ripartito? Quali sono state le ragioni che hanno frenato il progetto e chi si è opposto?
Con le nostre caratteristiche ed impostazioni la nostra associazione non poteva ancora per un tempo ulteriore girare la testa dall’altra parte ignorando quello che stava succedendo: l’immane sofferenza, interpretata dai volti di uomini donne e bambini, che si riversava sulle nostre coste e invadeva pacificamente e inesorabilmente  il nostro mondo erano ‘un segno dei tempi’ a cui si doveva dare una risposta. Piccola se si vuole, ma una risposta concreta.
L’iniziativa del progetto OASI ci era stata proposta dal comune di Alessandria, ma essendone noi i capofila e i gestori di tutta la realizzazione. Il luogo prescelto: una struttura, stesso edificio della scuola materna, da adeguare alla bisogna, a Cascinagrossa.
Riunione con la popolazione fatta con esito discretamente positivo. A onore del vero devo sottolineare che il progetto era finalizzato a mamme in difficoltà con bambini in generale. Ma quando si è percepito che le mamme in difficoltà avrebbero potuto essere anche delle rifugiate è scoppiarto il finimondo.
Dopo un’accettazione iniziale, nonostante tutto,  in cui anche mamme dell’asilo avevano dato l’adesione in modo tenerissimo ed entusiasta, è sopravvenuto qualche elemento che tuttora mi sfugge. Potrebbe essere  un’antica ruggine tra non so chi e magari datata… il fatto è che sono prevalsi i sentimenti più inumani, perché non umanizzati, della paura, della rabbia e dell’avversione verso chiumque potesse venire ad intaccare l’equilibrio, che tale non è, stabilizzato in una comunità piccola.
Devo confessare che nessun aiuto è arrivato da parte di persone che avrebbero potuto, in base alla loro consapevolezza e convinzione, darcelo mentre il tutto è stato dato in pasto ai media piccoli e grandi con conseguente banchetto di strumentalizzazione da parte di forze politiche contrarie  all’accoglienza.
A quel punto mi sono defilato, scrivendo una lettera con le mie motivazioni alla popolazione di Cascinagrossa e al comune di Alessandria.
Ma il progetto non si è fermato: l’abbiamo spostato e trapiantato a Fubine.
Ora abbiamo una famiglia di somali accolta nella nostra comunità e altre famiglie saranno accolte dalle comunità di Cuccaro Monferrato e di Quargnento.
Questi due altri paesi perché abbiamo deciso di invertire la direzione della realizzazione del progetto: arruolare cioè, più comunità che possano prendersi carico di mamme e bambini. È un modo per rendere l’accoglienza più umanizzante e di farne uno ‘strumento’ di crescita umano anche per le comunità che accolgono.
Non hai mai avuto, come credente, crisi, dubbi o interrogativi rimasti irrisolti dovuti a fatti che la ragione non comprende nell’impegno profuso per “L’Abbraccio”?
La mia grande crisi senz’altro è quella iniziale della morte di Paolo. Le altre… mi ritengo un po’ un superficialone. Si senz’altro ce ne sono state e ancora ce ne saranno ma non mi sono mai fermato a pensarci sopra per tanto tempo. Ho i miei momenti di solitudine e di sensazione di tunnel che ogni tanto mi assalgono. Ma poi passano e ogni volta al risveglio di questi momenti mi accorgo che un messagio ulteriore è arrivato. Un messaggio che va nella direzione di un arricchimento e di un aiuto a meglio comprendermi e quindi a meglio crescere nelle relazione con Lui e sopattutto nella relazione con chi mi sta vicino.
In più, ormai, ho, presuntuosamente forse, avuto esperieza dell’azione della Provvidenza. I miei collaboratori si astengono dal dare la responsabilità dei fatti che ci succedono, a Lei! E giustamente, per schema e convinzione e ‘fede’ loro. E questo soprattutto per i fatti concernenti la più appariscente e concreta azione sulla ricerca e buon esito dei finanziamenti. A livello personale l’aiuto continuo, presente, vivente e la forza che comunque mai mi è mancata, nonostante la celerità delle realizzazione effettuate, mi convingono sempre più della relazione anche affettuosa esistente e continuamente ricercata con Lui e con loro, incluso Paolo. Quello che dico sempre a me stesso e agli altri, da credente, è che noi siamo solo i manovali e che la regia di tutto sta da un’altra parte. Dobbiamo solo essere ubbidienti perché le cose possano andare bene.
A proposito sai qual è la consapevolezza che ha aiutato Graziana e il sottoscritto ad accettare, solo parizalmente,  la morte di Paolo?… anche Lui sicuramente ha pianto quando è morto Paolo!!!!!
Si è chiuso da poco, nell’ambito ecclesiale, l'”anno della misericordia”, ma le porte della misericordia dovrebbero essere sempre aperte. “L’Abbraccio” è un segno di questa apertura?
Secondo me sì. Se misericordia vuol dire essere miseri con i miseri, abbassarsi a livello dei poveri, di coloro cui manca qualcosa, condividere la ‘mancanza’, la finitezza, i limiti,  in poche parole accettare di essere veri.
Accettare gli altri e accettare noi stessi così come siamo ma con una grande risolutezza a migliorare e dare il massimo per crescere e diventare veri e autentici uomini che credono nell’altro, hanno fiducia e si affidano, costruiscono una relazione veramente umana basata sull’attenzione, la disponibilità, l’accettazione, la responsabilità,  la generosità fino al dono della propria vita per l’altro.
È dono della vita dare tempo, presenza, energia,  sacrifici, denaro anche, tutto ciò che ci appartiene.
L’Abbraccio è uno strumento per chiamare chi vuole a impegnarsi in queste direzioni. Dà la possibilità a chi vuole non solo di donare ma di riflettere, creare legami, credere negli altri, avere speranza in un mondo migliore
Nel  portare avanti l’esperienza de “L’Abbraccio” c’è stato un episodio, un incontro che ti ha lasciato il segno?
Faccio fatica ad enucleare un incontro o un episodio particolarmente significativo nel mio percorso.
Persone bellissime, buone e generose a iosa. Quello che di più ricerco in loro è l’affetto e il calore con cui mi e ci avvolgono: è una forza potentissima di accompagnamento nel nostro lavoro.
Quello che mi viene in mente ancora, è lo stupore e la meraviglia della continua novità che mi si presenta tutti i giorni. Novità legata senza dubbio  all’azione della Regia, nella mia vita: difficoltà, problemi, perplessità, carenza di energia per enormità di problemi (forse solo nella mia testa) spariscono pensando che sto solo cercando di ubbidire e che il lavoro lo stiamo facendo insieme e ne reclamo la collaborazione! E si apre un altro mondo, sempre nuovo.
Nella lettera apostolica ”Misericordia et misera” papa Francesco dice che la carità “possiede un’azione inclusiva, per questo tende ad allargarsi a macchia d’olio e non conosce limiti”. Che ne pensi e come lo vedi nell’esperienza de “L’Abbraccio”?
Sono, ci mancherebbe altro,  naturalmente d’accordo con papa Francesco e sono in grado di dimostrare il tutto con l’esperienza dell’Abbraccio.
C’è un terreno potenzialmente fertile alla risposta e alle iniziative di amore delle persone. Tutti anche i criminali più incalliti, hanno nella profondità del cuore una dimensione di apertura agli altri. Un cuore capace di rivitalizzarsi, nel caso, e di diventare di ‘carne’. C’è tante scorie che oscurano e mortificano questa dimensione. Scorie che si possono chiamare sfiducia, valori invertiti e falsi miti, anche malvagità di reazione forse, o semplicemente routine  soporifera e asfissiante, superficialità e mancanza di riflessione, vita interiore scomparsa per la falsa gestione del tempo.
Nonostante tutto ciò, il bisogno di darsi e di dare, di creare e vivificare  le relazioni umane e profonde, resta sempre. Per cui se c’è qualcuno o qualcosa che si fa garante del tuo desiderio e cerca insieme con te di portare il tutto alla realizzazione, sicuramente c’è una adesione convinta ed entusiasta di chi ti circonda o che vai a cercare e diventa trascinante nei confronti di altri, amici e conoscenti. Così si diventa un popolo in cammino verso una unica meta: un unico obiettivo consapevole o non consapevole ma in ogni caso oggetto di un desiderio profondo da parte di tutti.
Sei ritornato da pochi giorni dal Benin, con quali novità? Che cosa state facendo o progettando in questo periodo per rendere sempre più funzionale il centro di Sokponta?
Le novità: l’ospedale sta cambiando. Una mole di lavoro enorme e una richiesta di incremento di specialità per dare risposta al bisogno di salute della popolazione infantile e non solo.
Oltre alla patologia routinaria ma seria che colpisce i picccoli amici di Sokponta e dintorni (150 km. di raggio di territorio coperti dal nostro ospedale) mi ha colpito in questa missione il numero elevatissimo di bambini nati prematuramente. Veramente tanti da mettere due piccoli insieme per incubatrice per soddisfare il fabbisogno. Sappiamo che non è corretto ‘affollare’ le incubatrici ma non avevamo altra possibilità.
Ed ecco la prospettiva che si apre: fare una neonatalogia mirata soprattutto ai bambini prematuri e immaturi. Siamo in contato con due neonatologi, un canadese ed una svizzera, per avviare questo bellissimo e impegantivo progetto.
Sempre per le specialità da incrementare: abbiamo assunto un chirurgo, un anestesista, una ostetrica per la maternità, ed personale infermieristico necessario a coprire i turni di 24 ore di funzionalità dell’ospedale.
La scuola procede nel suo impegno formativo continuativo e di qualità e il nostro collegio per bambine è sempre al completo.

Anche l’azienda agricola, nelle nostre intezioni dovrebbe coprire almeno in parte il fabbisogno finanziario delle strutture, sta piano piano prendendo il via. Un grande serbatoio d’acqua è pronto, il terreno parzialemente lavorato,un pozzo funzionante e, speriamo nel giro di pochissimi mesi, che parta la coltivazione e l’allevamento di galline ovaiole, per cominciare.

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