venerdì 22 settembre 2017

“Periodo di transizione”, di Strinati Fabio

by Strinati Fabio
Per iniziare la lettura del nuovo libro di Fabio Strinati bisogna fare spazio alla concentrazione, quella necessaria per completare un viaggio di esplorazione interiore. 
“Periodo di transizione” è una raccolta di poesie dove l’autore spinge fuori dalla sua anima dubbi ed insicurezze, le porta in superficie, le confida non solo per liberarsene, ma affinché questi stati d’animo siano di supporto al lettore, che può riconoscersi tra le parole scritte. 
Viene naturale chiedersi cosa intenda il poeta con il termine transizione e allora il riferimento va a quel ‘passaggio’ che è l’esistenza stessa. Siamo in cammino e giorno dopo giorno ci mettiamo in discussione attraverso scelte, azioni, anche indecisioni.  
Quello che sta avvenendo dentro e fuori Strinati è un processo di ricerca, un’urgenza di scoperta o riscoperta dell’io, nella purezza delle intenzioni ed espressioni. 
La raccolta si apre non a caso con la lirica “Groviglio”, intreccio di percezioni e situazioni confuse. Il poeta parla di disordine, di fumi forestieri, elementi che rimandano proprio ad un senso di smarrimento ed incertezza: “Salvadanaio mentale sprofonda nel disordine/coi fumi forestieri,/cicalini vibratori e megafoni interni/che ignorano la mantide/attanagliata nelle vene tormentose”. 
Le immagini risultano particolari negli accostamenti e la stessa mantide riflette una forte simbologia che incarna in qualche modo la meditazione. E’ necessario un lavoro intenso sul pensiero e in questo caso il poeta deve districare le trame della sua identità, che ancora non è in equilibrio. 
C’è un vuoto che assale, che non lascia tregua e l’autore è consapevole di vivere un periodo non facile. Si considera addirittura privo di se stesso, quasi non si riconosce in quello che sta accadendo: “Privo di me stesso striscio, crepo mi spello/nell’indebolimento di un contorno vago e circonciso”. Non sentirsi in sintonia con le cose e con gli altri produce delle continue precipitazioni psichiche e fisiche che rischiano di portare via ogni singola gioia o accenno di luce. 
La poesia in questo caso serve a rielaborare le inquietudini, a ripercorrere limiti e fragilità, fino a trasformare ogni ombra in qualcosa di positivo. Per Strinati la scrittura diventa lo strumento per imparare a conoscersi, per compiere un’indagine approfondita nelle proprie emozioni. 
Non è così scontato riuscire ad osservarsi in profondità, specialmente se lo si fa attraverso la creatività, producendo versi di un certo valore. Tra le angosce l’autore non nasconde di aver anche paura di ciò che prova, e in un tempo provvisorio vive la sua esistenza tra mille dubbi, cercando di capire la direzione da prendere per non cadere nel buio assoluto. 
Ripensando proprio a questa tensione dell’anima torna a farsi presente nella memoria la poesia di Georg Trakl, poeta espressionista austriaco che evoca la decadenza e la solitudine del mondo. Strinati in qualche modo porta addosso pensieri e patimenti avvolti da un tormento insistente. 
Fragile e precario il poeta continua a ‘vomitare’ un malessere che sfianca, si abbandona a quel vortice che lo attira come forza oscura, si cerca, si annusa, si scopre come feto impaurito in una vita che non sempre dà riferimenti, in attesa di una traiettoria nuova. 
Decidere di andare fino in fondo negli angoli meno battuti della propria anima è una scelta sicuramente coraggiosa. Non è da tutti svuotarsi, passare al setaccio turbamenti, sofferenze, lacrime, e vedersi oltre. Trova rifugio negli elementi della natura Strinati e nel fiorire di primavera prende atto della preziosità dell’esistere, di essere parte del cosmo. 
Rimane comunque un’oscillazione costante dove prevale il dubbio, l’imperfezione, ma questo fa parte di una personalità sensibile che chiede risposte, che aspetta di comprendere il senso del suo andare per le strade della vita, insieme ad una fedele compagna: la Poesia.
Michela Zanarella

PERIODO DI TRANSIZIONE

GROVIGLIO
Salvadanaio mentale sprofonda nel disordine
coi fumi forestieri,

cicalini vibratori e megafoni interni
che ignorano la mantide
attanagliata nelle vene tormentose.

Clemenza che sbircia oltre uno sgretolato muro,

e nessuno che sparla per sprechi d’anime
nei metalli al cuoio,
di annunci lontani dipanati durante tempi
per le salite esposte.

PRELUDIO                                                                    
La voce arranca, arretra tardiva al tramonto
crepa e sospira,

consuma un tempo nell’ambiguo vuoto circostante,

mentre scompare il vento che lì finisce e straripa.



DEPRESSIONE
Privo di me stesso striscio, crepo mi spello
nell’indebolimento di un contorno vago e circonciso,

come nella lente spessa che trapassa
un solo presente temporaneo e luoghi

malmenati che fingono,

anch’essi scorticati dal tempo opaco
che fulmina istanti piegati da ipocrite sequenze
transitorie.


VUOTO                                   
Ho in prestito illusori letarghi d’animale
come invisibili le tane patite e noi, frasche

abbandonate all’interno di un vuoto assonnato.


SVUOTARSI
Ho la morte nel suo turno che snatura
i fossi carichi di foglie sfuggite ai venti
lasciate marcire dagli alberi ricurvi,

fotografie di attimi in scatole
gonfie di stagioni anormali,

vesciche ai piedi delle bestie mature
in un folto brulicare di urli
oltre staccionate riempite di fori
che trafiggono il mio stesso sguardo vuoto,

e la morte, che si spoglia della vita
curvata verso buche denutrite
in stati confusamente terminali.


ANGOSCE                                                                                                                                        
L’anima che invecchia tra gli alberi
dove un legno secco marcisce
è preda del suo spreco inciso
sulla pelle fustigata, estenua del presente,

scende sconosciuta fuliggine
che piano si nasconde.


DENTRO
Scruto nel sacco dei miei ricordi come bocche
di spartiti, foschie,

montano a quadrati illogici pensieri
che mi contengono fin dal principio...

dentro un tempo provvisorio, vivo
un’esistenza scellerata
come di un profilo secolare che annaspa
in acque torbide e smania,

passaporti sui marciapiedi di una volta.


DENTRO UN VECCHIO MURO                                                      
Dentro un vecchio muro crepato e tinto
che soffre, adolescenza intaccata
in vortici di rogne,

e in eterno, nel sonno le maschere avvolte
dove nascono le cimici uguali

e le cantilene, gli indefiniti aliti e sepolti
sotto occhiaie di pensieri e patimenti
e i timori pesti mai andati,

e in eterno, in graffi sospesi nell’aria
come suoni in una scomoda mente.


FREQUENTAZIONI
Alberi vessati sciolti nel vento,

udito una svista fragile, sferzata
una pagina di carta scolorita
senza dipartita nei ghetti osannati,
e frasi di piaghe e di batteri
verso una deriva sommersa
da fatti, misfatti triturati
in spesse vicissitudini incompiute,

alberi chiusi, riposti nella stiva.


STO PER...
Spoglio come un albero, al vento,
mi estendo ( vago, m’arrendo )
e mi brinerò al canto di quest’ora:

a poco a poco......


SUONO CRUDO                                              
Suono crudo assennato dentro il suo dentro,
di fanghiglia, nel rettangolo

superstite precario,

è un suono graffiato in un istante rudimentale
che scivola turchino
nelle coincidenze di una trappola mortale,

anime ingombrate nell’intasamento
di un dovunque aggrappato,
e le innaturali fisime, le porte socchiuse
in quel loro dentro futile e meschino,

come un suono rinchiuso in una teca
dove matematica e spine
si sbracano ammiccando pose di catarsi!


ABBANDONATO
Non solo mi chino su questa terra di fango marrone
e mi piego scacciando le ferrose catene
in un nevrotico abbandono,

che la sorte ormai guastata
nella sua biada di morte camuffata, travestita
da una sagoma di vita slavata e lunatica,

mi rende uno specchio d’inverno opaco,
e steso nel vuoto nell’incertezza
siderale che tanto mi somiglia,
ecco che mi spengo
in uno stordimento contrariato.


SUONI
I suoni si spargono tra passato e presente, impiccati
nelle regioni nere e appartengono,
ai fili clandestini che come reclute tormentate
in questo smorto attimo d’impazienza
emulano empi, sgorgano nell’impazzimento
di un’apparizione usata,

irrisi suoni che svolazzano nell’aria.


MI VEDO OLTRE
Mi vedo oltre quei monti
e mi vedo, dentro
l’acqua la mia foto ed oltre...

che mi spia persino la rondine,
la tua mano insorge,

e gli orizzonti 
sopra il monte la sua purità.


SE FOSSI MORTO PRIMA
Se fossi morto prima...

la chiazza del mio essere uomo di miscugli e di fiori

appassiti, mi ha condotto a voi col capo chino e remissivo,

 il volto stanco e pieno di rughe e il mio cuore  in trappola

dei suoi stessi sentimenti di stampigliatura;

ora, cerco solo di accoppare il mio tempo già finito,

e di bermi un goccio forte, in un’osteria dell’angolo.


È LA PARTENZA
Un letto è lento fermo statico immobile
e giace...

nel suo letto pulito,
nel suo immobilismo, e la carta è bianca
e lenta e lenta, cade,

la foglia da un albero
di alberi e smisuratamente le stagioni.


LUNGO ADDIO
Un lungo addio è 
oltre le montagne figlie della vecchiaia e del tempo,
consumato dal suo stesso addio,
con gli occhi dell’anima,
dentro il cerchio immobile di un lago colorato di grigio,
disegnato dentro, 
che già si dona esanime
alle troppe sofferenze che soffiano nel vento
tra le anime tremolanti, in un profondo
infinitamente finito!


OBLIO
È un buco nero che mi trapassa mi travolge
nel punto del quaderno
e giova al fiore colto e còlto
in esubero su quel pezzetto di terra, a forma di carta.

È un buco: che sposta e fermo,
l’aria nel suo imbuto scuro,

nel suo tubo ch’è mattonella e catrame
nel suo perdutamente ignoto.


INTERROGATIVO
Quando ho paura del domani, mi aggrappo
alle tante foto appese al muro nella mia stanza:
tengo stretto il mio cuscino,
come l’amore è quell’equilibrio che tutto
scompone e ricompone,
come una foto di famiglia che raggruppa
l’unica foto di un istante, di un’eternità infinita.


IO
Il riflesso del mio io nascosto è celato, come sottovuoto,
il suo sonno addormentato
e la mia voce di primavera che segna e risveglia
il mio luogo, molteplice tragitto,

mi riduce ad uno specchio
che brilla la sua matura ombra
che viene oppressa
per due soldi di letame,
la mia mano, che scrive sopra un foglio bianco
la sua firma di fanciullo,

nel riflesso del mio io
come un orsacchiotto screpolato lasciato
ad ammezzire in tardo autunno,
lungo un tragitto liquoroso all’intercalare delle luci,
il buio nel mio cuore, e una caverna soltanto.


ANIMA
La morte ha un odore di selvatico
più delle lacrime cadute a terra prematuramente,
seminate di speranza e di sorgenti
con accanto le mostrine incanutite di poveri soldati
caduti in guerra e mai risorti,

come
la morte, lei penetra porta scompiglio
e in novembre, solo un vago ricordo di quell’anima
vagante che ha vagato stanca per i campi spenti.


DENTRO LA MIA ANIMA
Dentro il mio io interiore, a volte triste e in solitudine...

ho l’anima che cerca il romanzo della vita
per non morire giovane su questa terra affaticata,

...solcare il mare
lasciandosi alle spalle un lacrimoso tramonto,
che sappia rinverdire l’anima mia di gioia e di speranza!

I miei occhi osservano la primavera: stagione che penetra
con eleganza, come ogni mattina
quando penso alla preziosità della vita...

la più bella scoperta, 
l’avventura in un lungomare di conquista!


IO E IO
Credo che la vita sia il mio principale aguzzino,

e quando ci sono quelle giornate umide
e le mosche bidonate nella lordura del momento,
mi ritiro nel mio bureau di taccuini,
guardo il cielo e mi rivedo spiaccicato
su quelle lente nuvole stracolme d’acqua,
in quei giorni stringati di dicembre
e i cortili imbiancati come lenzuoli d’avi e di morte!


ATTESE
Inseguire con gli occhi una linea esile e sottile,

come una traiettoria in metamorfosi,
che piano spira nel suo lasso di polvere e di sepolcri.

Gettare un’occhiatina oltre quel sipario rinserrato,
oltre un avvenire errante e impantanato 
nel suo dovere ma nel dubbio
che una lancetta d’orologio 
sia bloccata nel suo dilemma muscoloso,
nel frattempo, emergono speranze e gravose attese.


SCARABOCCHIO
Rinchiuso tra le pareti in una stanza chiusa e piena
di polvere di acari pusillanimi,

a sorbettare i versi e le rime...

scombussolato nella mia lingua romanza che si fracassa
di vocali urlanti e limacciose per un delirio di parti e controparti,

a cinguettare la seta delle tele negli angoli rimasti...

adirato da impulsi e nutrimenti che mi arrovellano la mente
più di un passo storpio di un foglio sulla rima. 


DEPRESSIONE MIA
La salute mia è un ramo d’albero appeso al vento di dicembre
tra rimpianti che la vita ormai andata
brulicano e mantengono, 

strane sensazioni a volte, piluccano il tuo essere vinto
e sconfitto, come un uomo poco attratto dalla libertà
che si accendono e si spengono
oltre un confine immaginario animato
dai ricordi fievoli di un’infanzia in agrodolce,
come l’ultima parola che senza fiato
si scarica di rabbia per ferire la tua morte prematura.


LA MACCHIA
Come si dissolvono le nostre polveri nell’incertezza
della vita, o della morte che penetra che arriva
e alimenta altra morte, che impregna
la nostra vita che finalmente, al tocco della falce si svela.

Il tempo è in movimento e lontano;
e la solitudine serpeggia senza catene di ferro
durante i nostri momenti vuoti, 
e quando un po’d’ombra arriva a noi come
una macchia di petrolio su questa lavagna di vita,
il nostro vivere diventa fievole,
la nostra anima sbiadita.


TESTIMONE
È nella fessura che porgo l’occhio mio,

la mia perla di lingua tutt’intorno affonda,

sibili e cicalini, 
nel suo rattoppo d’origine,

d’occhiatine vispe nella vispezza
che tanto arretra

e d’avanti punta indietreggia,
si stagna il gesto, come sangue rappreso


la sua macchiolina annichilita.


IL COLPO
Schizzano sul muro sudato le imperfezioni
d’una vita vissuta sguaiata

come ritratti che furono sepolti
verso una sera incastonata tra le spine,

dubbi in crepe di polvere, graticole
interrotte nel calore inaffidabile

che lentamente strappa la sua carne al vento,
come dalla memoria d’un proiettile
sempre in eterno si scava.


DI COLPO
La mia gola asciutta in un rogo di sibili
come punita dagli eventi nati e scomparsi
negli adagi attimi rimescolati,

granelli di buio come ragnatele disperse
in un vecchio cerchio di plastica
assediato da rette immaginarie, matite

di cerume come travi di feritoie invano